Intervista di Lettera Napoletana a Don Roberto Spataro SDB

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L’edizione del mese di agosto di Lettera Napoletana [disponibile qui], il periodico di informazione della Fondazione Il Giglio, riporta un’interessante ed istruttiva intervista a Don Roberto Spataro relativa al motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI ed alla sua applicazione, soprattutto in Italia.

Eccone il testo:

” TRADIZIONE: D. ROBERTO SPATARO, LA MESSA TRIDENTINA DIFENDE IL SENSO DEL SACRO

(Lettera Napoletana) – Don Roberto Spataro S.D.B., segretario della Pontificia Academia Latinitas, e docente all’Università Pontificia Salesiana, ha celebrato il 27 luglio scorso a Bacoli (Napoli), nella Parrocchia di S. Anna Gesù e Maria, una Messa in rito romano antico su invito della sezione di Napoli di Una Voce, alla presenza di oltre 100 fedeli. Latinista, docente di letteratura cristiana, Don Spataro è un difensore della liturgia tradizionale ed ha tenuto conferenze sul rito tridentino. LETTERA NAPOLETANA gli ha rivolto alcune domande. Continua a leggere

Luget plebs fidelium

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Ho letto poc’anzi, su Corrispondenza Romana, una tristissima notizia, che purtroppo non giunge inattesa: dopo il devastante Commissariamento dei Frati Francescani dell’Immacolata, è iniziato il Calvario anche del ramo femminile, quello delle Suore Francescane dell’Immacolata, sottoposte ora al regime di una Visitatrice Apostolica, «con poteri di ferreo controllo» – scrive Roberto De Mattei  (vd. infra) «che di fatto equivalgono a quelli di una “commissaria”». Non possiamo che pregare la Regina delle Vergini per queste Sue care Figlie, affinché le custodisca nel Suo Cuore Immacolato in questo momento di tenebra e affinché illumini i loro persecutori.

Riporto l’articolo del Prof. De Mattei:

« Gli ultimi dubbi, per chi ancora ne avesse, sono definitivamente caduti. Esiste un piano per la sistematica distruzione dei Francescani e delle Francescane dell’Immacolata, i due istituti religiosi fondati da padre Stefano Maria Manelli, oggi travolti dalla bufera.

Lunedì 19 maggio 2014, il cardinale João Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata, ha annunciato alla Madre generale delle Francescane dell’Immacolata, la nomina, con effetto immediato, di una “visitatrice” per l’Istituto, con poteri di ferreo controllo che di fatto equivalgono a quelli di una “commissaria”. Nella casa generalizia delle Frattocchie si è insediata, ipso facto, suor Fernanda Barbiero, dell’Istituto Suore Maestre S. Dorotea, una religiosa “adulta” e aggiornata, di tendenza moderatamente femminista, fautrice, con qualche anno di ritardo, dell’“umanesimo integrale” maritainiano.

Le Suore Francescane dell’Immacolata sono un ordine religioso di diritto pontificio, che si distingue per la giovane età media, per il numero delle vocazioni e soprattutto per il rigore con cui vivono il loro carisma, secondo la Regola bollata di san Francesco d’Assisi. Una parte di esse esercita un intenso apostolato missionario dall’Africa, al Brasile, alle Filippine, mentre un’altra parte ha abbracciato la vita contemplativa, in spirito di profonda austerità e preghiera. Le Suore, ispirandosi al modello di san Massimiliano Maria Kolbe, gestiscono case editrici, radio, riviste di grande diffusione popolare, come “Il Settimanale di Padre Pio”. Questo apostolato di conquista, unito all’amore per la Tradizione, è certamente una delle cause dell’odio che si è addensato su di loro e sui confratelli Francescani.

L’11 luglio 2013, il cardinale Braz de Aviz ha affidato il governo dei Francescani dell’Immacolata, ad un “commissario apostolico”, che in meno di un anno è riuscito a disgregare l’ordine, costringendo i migliori Frati a chiedere le dispense dai loro voti, per uscire da un Istituto ormai ridotto a un campo di rovine e poter vivere in altro modo la propria vocazione.

Il caso delle Francescane che ora si apre è ancora più grave di quello dell’Istituto maschile. Il pretesto per la “visita” e poi per il commissariamento dei Frati fu la presenza di un piccolo e aggressivo gruppo di “dissidenti”, incoraggiato e alimentato dall’esterno. Nessuna dissidenza si è manifestata invece tra le Suore, che vivono in spirito di unione e carità fraterna. Francescane e Francescani dell’Immacolata, devono essere soppressi soprattutto per il loro avvicinamento alla Tradizione, in conflitto con la prassi della maggior parte degli Istituti di Vita consacrata. Diciamo avvicinamento perché le due congregazioni francescane sono nate e si situano al di fuori del mondo “tradizionalista”.

Di fronte allo sfascio teologico e pastorale del post-concilio, esse hanno manifestato un attaccamento all’ortodossia della Chiesa che contrasta con la creatività dottrinale e liturgica oggi imperante. La congregazione per i religiosi considera questo sentire cum ecclesia “tradizionale” incompatibile con il sentire cum ecclesia “vaticansecondista”.

La Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata commise un palese abuso di potere quando pretese di interdire ai Francescani dell’Immacolata la celebrazione della Messa secondo il Rito romano antico. E i Frati commisero un altrettanto evidente errore quando accettarono di rinunciare alla celebrazione della Messa tradizionale. Essi giustificarono la loro rinuncia sulla base di due motivi: l’obbedienza e il bi-ritualismo. Ma il problema di fondo non è il mono o il bi-ritualismo.

Il fatto è che la Messa tradizionale non è mai stata abrogata e non può esserlo e che tutti i sacerdoti conservano il diritto a celebrarla. Il cardine del Motu proprio di Benedetto XVI Summorum Pontificum del 7 luglio 2007 sta in quella riga che concede ad ogni sacerdote il diritto di «celebrare il Sacrificio della Messa secondo l’edizione tipica del Messale Romano promulgato dal B. Giovanni XXIII nel 1962 e mai abrogato, come forma straordinaria della Liturgia della Chiesa». Si tratta di una legge universale della Chiesa che conferma la Bolla Quo primum di san Pio V (1570). Mai nessun sacerdote è stato punito, o potrebbe esserlo per aver celebrato la Messa tradizionale. Mai potrà essere imposto a dei fedeli, laici o suore che siano, di rinunciare al bene di un Rito canonizzato dall’uso di quasi due millenni di storia della Chiesa.

L’obbedienza è una virtù, forse la più alta. Ma il problema che oggi si pone nella Chiesa è a chi e a che cosa si debba obbedire. Quando l’obbedienza alle autorità umane, invece di perfezionare la vita spirituale, la pregiudica, mettendo a repentaglio la propria salvezza, deve essere vigorosamente rifiutata, perché bisogna obbedire a Dio prima che agli uomini (Atti, 5, 29).

Forse il cardinale Braz de Aviz vuole spingere le suore a passare in massa alla Fraternità San Pio X, per poter dimostrare che non c’è spazio possibile tra i tradizionalisti “scismatici” e la Chiesa “conciliare”. Egli sembra dimenticare però due cose: in primo luogo che molti vescovi e addirittura intere conferenze episcopali si trovano oggi separati dalla fede della Chiesa in misura molto maggiore di quanto non sia separata la Fraternità San Pio X dalle autorità ecclesiastiche; in secondo luogo che il diritto canonico permette alle Suore e ai Frati di essere sciolti dai loro voti per riorganizzarsi nella forma di un’associazione privata di fedeli, vivendo la propria vocazione al di fuori di ogni arbitraria imposizione (canoni 298-311).

La congregazione dei Religiosi rifiuterebbe a 400 suore le dispense dei voti che dovessero chiedere? Sarebbe una brutale violazione di quella libertà di coscienza di cui oggi tanto si parla, e così spesso a sproposito. La dottrina tradizionale della Chiesa considera inviolabile la libertà di coscienza in foro interno, perché nessuno può essere forzato nelle sue scelte, ma nega tale libertà nell’ambito pubblico, o foro esterno, perché solo la verità, e non l’errore ha diritti. I fanatici del Vaticano II teorizzano la libertà religiosa in foro esterno, riconoscendo i diritti di tutti i culti e le sette, ma la negano in foro interno, processando le intenzioni e invadendo l’ambito della coscienza individuale.

Ma è possibile imporre con la forza, a Frati e Suore, di restare all’interno di un istituto religioso in cui non si riconoscono, perché ne è stata distrutta l’identità? Il principio secondo cui salus animarum suprema lex, è il fondamento non solo del diritto canonico, ma della vita spirituale di ogni battezzato, che deve avere come regola irrinunciabile del proprio agire la salvezza della propria anima.

Se, in questa prospettiva, qualcuno, seguendo la retta coscienza, volesse resistere agli ordini ingiusti che cosa lo aspetterebbe? Un abbraccio dialogante e misericordioso o la dura politica del bastone? Espulsioni, censure, sospensioni a divinis, scomuniche e interdetti sono ormai riservate solo a chi si mantiene nella fede ortodossa?

Un’ultima domanda è per il momento senza risposta. Il bastone del cardinale Braz de Aviz è in aperta contraddizione con la politica di misericordia di papa Francesco o ne costituisce una singolare espressione?» (Roberto de Mattei)

 

Lectio magistralis del Prof. Roberto de Mattei a Linarolo (PV)

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Traggo da Unafides, che riprende a sua volta da qui, la trascrizione dell’intervento tenuto dal prof. Roberto de Mattei in occasione della Giornata della buona stampa cattolica a Linarolo (PV) il primo maggio scorso. Mi ha particolarmente colpito non solo per la profonda erudizione e la penetrante capacità di analisi, ma anche e soprattutto per la capacità straordinaria di esporre il tutto con cristallina chiarezza.

“L’importanza della Tradizione
nell’ora presente

 

di Roberto de Mattei

 

L’epoca della sicurezza

Cento anni fa, nel maggio del 1914, governava la Chiesa san Pio X e regnava sul vasto Impero austroungarico l’imperatore Francesco Giuseppe.

Nelle cerimonie del venerdì santo si pregava per la Chiesa e per l’Impero: “Oremus et pro christianissimo Imperatore nostro ut Deus et Dominus noster subditas illi faciat omnes barbaras nationes, ad nostram perpetuam pacem” e si aggiungeva: “Onnipotens sempiterne Deus, in cuius manu sunt omnium potestates et omnium iura regnorum: respice ad Romanorum benignus Imperium; ut gentes, quae in sua feritate confidunt, potentiae tuae dextera comprimantur”.

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Il Pellegrinaggio negato

Sul quotidiano Il Mattino di oggi è apparso un articolo, a firma di Susy Malafronte, che denunzia un grave sopruso nei confronti dei fedeli campani legati ai Frati Francescani dell’Immacolata, ai quali è stato vietato di recarsi in pellegrinaggio nel Pontificio Santuario di Pompei. Ecco il testo:

«Pompei. È vietato inchinarsi ai piedi della «Regina» del Rosario per i Frati Francescani dell’Immacolata, l’ordine religioso commissariato dalla Santa Sede dal luglio 2013. Salta, così, il pellegrinaggio per i centinaia di fedeli napoletani che, domani, avevano deciso di pregare a Pompei. Dal santuario mariano non ci sono dichiarazioni ufficiali in merito alla vicenda, fanno, però, sapere che nulla vieta ai singoli fedeli di inginocchiarsi all’ombra dell’altare maggiore.

Il diniego di entrare nella basilica, fondata dal Beato Bartolo Longo, è stata comunicata ai responsabili della Missione dell’Immacolata Mediatrice, associazione di laici legati ai «Ffi», dal Rettore del santuario, monsignor Salvatore Acampora. «Ma è la conseguenza – ne sono certi i fedeli – di un intervento del commissario apostolico dei Ffi, Padre Fidenzio Volpi».

I pellegrini delusi faranno ricorso. Cancellate, dunque, messa, recita del Rosario, canti mariani e la distribuzione della medaglia miracolosa della Madonna di Pompei. «Tutte pratiche approvate dalla chiesa – ha evidenziato Claudio Circelli, uno degli organizzatori – che si svolgevano regolarmente dal 2004». La comunicazione del divieto è giunta solo il 10 aprile, a «pellegrinaggio organizzato», lamentano i fedeli.

«Alla nostra richiesta di spiegazioni siamo stati ricontattati il giorno dopo dal Rettore che, molto garbatamente ci ha detto presente che il santuario di Pompei è di diritto pontificio e dunque l’arcivescovo non avrebbe potuto non tenere conto di una comunicazione ricevuta dal commissario dei Francescani dell’Immacolata, Padre Fidenzio Volpi».

Il commissario ha, infatti, sospeso dal 27 novembre 2013, le attività di tutti i cenacoli Missione dell’Immacolata Mediatrice. I laici legati ai Francescani dell’Immacolata e devoti della Madonna di Pompei definiscono «un atto di prepotenza del commissario» il divieto di pellegrinaggio e stanno valutando un ricorso a norma del diritto canonico. «Perché il commissario non ci spiega che male c’è ad essere simpatizzanti dei Francescani dell’ Immacolata? – dice il professor Circelli – si tratta di un peccato, o di un atto contro il Vangelo ed il diritto di canonico? Ma anche ad un pubblico peccatore non si nega il diritto di pregare in chiesa».

Sono duecento in tutta Italia e portano il saio turchino in onore alla Madonna cui sono devoti. I frati francescani dell’Immacolata, fondati nel 1998 da Stefano Manelli, stanno attraversando un periodo di burrasca. L’Ordine è stato commissariato dal presidente della Congregazione dei religiosi Joao Braza de Aviz, incaricato dal Papa di seguire la vicenda. Il commissario Fidenzo Volpi ha contestato all’ordine un eccessivo tradizionalismo nell’applicazione del Vetus Ordo (la messa in latino), uno stile di governo personalistico del fondatore e una gestione dei beni mobili e immobili giudicata possibile di «rilevanza civile e penale».

Papa Francesco segue da vicino il travaglio del giovane ordine francescano tanto che in modo privato lo scorso primo gennaio è andato, accompagnato da una guardia e dal suo autista, nella chiesa di Santa Maria Maggiore a Roma dove ha incontrato i frati dell’Immacolata. «Il Papa ci è molto vicino e gli siamo grati», dicono loro».

In memoriam

La sera dello scorso 9 marzo ha reso piamente l’anima a Dio il Prof. Mario Palmaro, filosofo del diritto, esperto di bioetica, scrittore, difensore intrepido della vita umana in tutte le sue fasi, grande apologeta e sostenitore della Tradizione della Chiesa, in particolare del motu proprio “Summorum Pontificum” di Benedetto XVI.

Raccomandiamo la sua anima alla Misericordia di Dio, all’intercessione della Madonna del Carmine e di S. Giuseppe, affinché al più presto possa godere della beatitudine eterna – ho l’ardire di sperare, tuttavia, che già si trovi in Paradiso. Preghiamo anche per sua moglie, i suoi quattro figli e per il suo inseparabile amico Alessandro Gnocchi.

Da Chiesaepostconcilio del 9 marzo:

“Mario Palmaro è alla fine dei suoi giorni. Continua a leggere

Accadeva un anno fa (2a parte) …

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Il 28 febbraio 2013, alle ore 20:00, è divenuta effettiva l’abdicazione dell’amatissimo Papa Benedetto XVI. A distanza di un anno da quel giorno mestissimo, non possiamo – pur esprimendo tutto il nostro filiale sentimento verso il Papa regnante Francesco – trattenerci dal manifestare la nostalgia e l’affetto per questo grandissimo Pontefice Romano, Teologo, Sacerdote, Uomo, la cui mancanza sempre più sentiamo. Grati alla Provvidenza per tanto dono, del tutto immeritato, rivolgiamo al Cuore Immacolato di Maria la nostra più accorata preghiera per la sua persona, le sue intenzioni e per il bene della Chiesa, che egli tanto ha amato ed ama e per cui tanto ha sofferto e soffre.

Alla vigilia dell’inizio del mese dedicato a S. Giuseppe, formuliamo il fermo proposito di ricordarlo ogni giorno nella preghiera, oltre che del Rosario, del Sacro Manto, nell’attesa di poter partecipare ad una S. Messa tridentina per le sue intenzioni il giorno del suo onomastico presso la Cappella di S. Andrea Avellino, Santo di cui è sempre stato devotissimo.

Viva Benedetto XVI!

“Con la corona e il Vangelo”

Ricevo un altro interessante articolo su Maria Cristina di Savoia, Regina delle Due Sicilie, che domani sarà beatificata nella Basilica di S. Chiara a Napoli, dove si conservano le sue spoglie mortali.

 

 

 

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Il testo, qui sotto riportato, è tratto dal numero de L’Osservatore Romano allegato e consultabile nel sito: http://vaticanresources.s3.amazonaws.com/pdf%2FQUO_2014_019_2501.pdf

 

ULDERICO PARENTE, Con la corona e il Vangelo. Maria Cristina di Savoia sarà beatificata a Napoli, in L’Osservatore Romano (sabato 25 gennaio 2014), p. 7.

 

 

“La vita di Maria Cristina di Savoia — che il cardinale Angelo Amato, in rappresentanza di Papa Francesco, beatifica sabato 25 gennaio, a Napoli — è stata intensa anche se molto breve: morì, infatti, ad appena 23 anni, il 31 gennaio 1836, a causa di un’infezione contratta dopo aver dato alla luce Francesco, primogenito ed erede al trono di Ferdinando II di Borbone, re delle due Sicilie. A questa morte inattesa e repentina, che ella accolse con piena rassegnazione alla volontà di Dio, Maria Cristina si presentò con un ricco corredo di virtù cristiane, frutto della grazia e del suo costante impegno di vita cristiana. In particolare aveva maturato una speciale attenzione verso il prossimo, che costituì il segno distintivo con cui fu amata in vita e ricordata dopo la morte.

Figlia di Vittorio Emanuele I e di Maria Teresa d’Asburgo, era nata il 14 novembre 1812 a Cagliari, dove la casa Savoia si trovava in esilio, essendo il Piemonte occupato dalle forze napoleoniche. Dopo l’abdicazione del padre a favore di Carlo Felice, fu a Nizza, quindi a Moncalieri, stabilendosi infine a palazzo Tursi, nella città di Genova, insieme con la madre e la sorella Maria Anna, che sarebbe divenuta imperatrice d’Austria. Appena ventenne, dopo la morte della madre, lasciò Genova per recarsi a Torino, secondo le disposizioni di Carlo Alberto. Sorretta e confortata dalla fede, avrebbe desiderato diventare monaca di clausura, ma la ragion di Stato le impose il matrimonio con Ferdinando II, re delle due Sicilie (1810-1859), che fu celebrato il 21 novembre 1832, nel santuario di Nostra Signora dell’Acquasanta, presso Voltri. Maria Cristina stabilì che una parte del denaro destinato ai festeggiamenti per le nozze fosse utilizzato per donare una dote a 240 spose e per riscattare un buon numero di pegni depositati al monte di pietà.

Come regina interpretò il suo ruolo alla luce del Vangelo e degli insegnamenti della Chiesa. Ogni giorno assisteva alla messa, aveva un culto speciale per il santissimo Sacramento e recitava con grande fervore il rosario, leggeva la Bibbia e l’Imitazione di Cristo. Non si occupò del governo dello Stato, ma esercitò una benefica influenza sul marito, che la definiva come il suo “angelo”. Benedetto Croce riferisce che Maria Cristina ottenne per molti condannati a morte la grazia: fra questi ebbe salva la vita anche Cesare Rosaroll, che aveva cospirato per uccidere Ferdinando II.

Fu dotata di non comune intelligenza, colta ed esperta in discipline come la fisica e la classificazione delle pietre preziose. Le fonti processuali riferiscono di doni mistici, ma insistono soprattutto sulla sua umiltà e sulla sua carità. Di queste due virtù fece esperienza, in particolare, il popolo napoletano. Inviava ai poveri denaro e biancheria, dava ricovero agli ammalati, si preoccupò di fornire un tetto a molti  diseredati, diede assegni di mantenimento a giovani donne, sostenne economicamente gli istituti religiosi e i conservatori. In tal modo, con semplicità e umiltà, si avvicinò al popolo, di cui seppe conquistare il cuore e l’affetto. La sua opera sociale più nota fu la riattivazione della industria tessile di San Leucio, dopo anni di abbandono. Qui le famiglie avevano casa, lavoro, una chiesa e una scuola obbligatoria, ed erano tutelate da una legislazione e uno statuto particolari. L’attività produttiva era basata sulla lavorazione della seta che veniva esportata in tutta Europa.

Il 16 gennaio 1836 nacque Francesco. Il 31 gennaio, mentre si preparava consapevolmente alla morte, affidò il piccolo al marito. Poi pronunciò ripetutamente le parole che possono considerarsi il suo testamento spirituale: «Credo in Dio, spero in Dio, amo Dio…». Rivestita del manto regale, adagiata in una bara ricoperta di un cristallo, venne trasportata nella sala d’Erede, dove per tre giorni il popolo sfilò in pellegrinaggio per rendere omaggio alla “reginella santa”. Fu quindi deposta nella basilica del monastero di Santa Chiara, dove si trova tuttora. Pio IX nel 1859 firmò il decreto di introduzione della sua causa di beatificazione. Le virtù eroiche vennero riconosciute il 6 maggio 1937. La promulgazione del decreto sul miracolo attribuito alla sua intercessione reca la data del 2 maggio 2013. La beatificazione della “reginella santa” porta a compimento il desiderio e il convincimento popolare, che volle sempre ricordare Maria Cristina come un autentico esempio di fedeltà al Vangelo, modello anche per i cristiani dei nostri giorni, soprattutto per coloro che rivestono ruoli di responsabilità e per le madri. Nel panorama della santità Maria Cristina di Savoia si distingue per la sua originalità e modernità, per aver saputo valorizzare, in tutte le sue dimensioni, la dignità della donna. Spiccano, nella sua intera esistenza, l’attenzione alla formazione religiosa e culturale e la capacità di promuovere il lavoro femminile, accompagnate da un delicato senso di solidarietà verso gli ultimi. Come sposa seppe illuminare con il consiglio e il sostegno della preghiera le decisioni del marito, secondo la legge di Dio e non solo quella degli uomini. Come madre diede la testimonianza più eloquente, amando con tenerezza, per il brevissimo tempo che le fu concesso di vivere, il bambino che aveva partorito.”